Nella nebbia di Milano

Il carretto, la scala, l’uomo col cappello, le fioraie, la fontana, le luci, la segnaletica, i cavi, le sagome dei palazzi, la coppia, l’insegna. La nebbia rende ogni cosa simbolica; a chi attraversa le sue vaste masse rilascia un poco di realtà alla volta; definisce ciò che esiste a modo proprio, secondo criteri di distanza, di luce, di fantasia.

A Milano si dice scighera, che è sì la nebbia, ma è anche “quella ghirlanda di lume non suo, che vedesi talvolta intorno alla luna e che il volgo ritiene come un indizio di vicina pioggia”.

Piazza Fontana,

Quel che affascina – la foto di piazza Fontana ne è testimonianza – è l’idea di costante evanescenza, è la necessità di soffermarsi su quel che c’è, senza poter afferrare nella vista quel che sarà: forme, geometria, prospettive urbane potrebbero esistere oppure no; tutto, persino il noto, mostra – quando non è nascosto affatto – il proprio ignoto profilo.

Al suo cospetto la memoria vacilla, la certezza svanisce. La nebbia, per chi ne è avvolto, è un continuo tentativo di sottrarre reale all’irreale e viceversa; nel fenderla – umidi passi incerti – si fa appena in tempo a riconoscere gli oggetti che già sono indistinti, sciolti in un panorama d’acquerello.

La nebbia è immaginazione, è creatività; Milano, la sua gente, lo sa. E ora che la scighera pare non si voglia più far vedere, torna alla mente “Nella nebbia di Milano”, un libricino di Bruno Munari che racconta, su fustellate carte da lucido e cartoncini intagliati, una storia semitrasparente, che nasconde e rivela: «d’inverno la natura dorme e quando sogna appare la nebbia. Camminare dentro la nebbia è come curiosare nel sogno della natura».

di Giancarlo Briguglia, Milano ODD

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