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Le parole per dire EXPO

Milano ODD è da tempo dedita allo studio dei processi di cambiamento che meglio esprimono le specificità dell’imparare a Milano. Non solo attraverso percorsi d’analisi tradizionali ma anche, e soprattutto, imboccando sentieri di ricerca se non inediti quantomeno inconsueti.

Così procedendo, ci è parso necessario incamminarci verso un evento, l’Expo Milano 2015, che, qualunque sarà il suo esito, può considerarsi luogo, materico e simbolico, in cui l’imparare è dimensione peculiare.  La prossima Esposizione Universale, di fatto, per la complessità e l’universalità che la contraddistinguono, pone la città e i suoi users difronte a scelte e a decisioni nuove, ad abitudini e a pratiche originali, a situazioni e a prospettive inedite, e li invita, dunque, ad imparare nel cambiamento.

In tale contesto abbiamo ritenuto valevole raccogliere, lungo la strada di avvicinamento a Expo Milano 2015, le parole, i discorsi e le conversazioni che costituivano, e vanno costituendo, la rete di significati che ha nell’Esposizione Universale il suo principale nodo semantico.

Così, con la necessità di scandagliare uno spazio adeguato ai nostri piccoli strumenti d’indagine, e persuasi di affrontare un evento che, seppur ancorato a sedi e siti fisici, si è esteso, per molto tempo, tra i capi di un filato impalpabile, ci siamo limitati all’osservazione di una porzione di società civile, quella dei blogger, che, particolarmente vivace nell’area metropolitana di Milano, favorisce la circolazione, personalizzata e dinamica, di contenuti da essa prodotti. Nasce, dunque, Explog, progetto di ricerca in itinere, il cui nome è crasi delle parole Expo e Blog.

Qui di seguito, nella visualizzazione da me curata, con il prezioso contributo di Marco Fossati, IT Researcher in Web of Data Technologies della Fondazione Bruno Kessler di Trento, e con il talento di Silvia Marinelli, illustratrice e graphic designer, sono presentati i dati raccolti tra il 16 febbraio e il 16 marzo 2014. Presto, al termine dell’omonimo concorso per blogger – si può partecipare fino al 31 marzo – i dati raccolti verranno confrontati con quelli relativi al medesimo periodo dell’anno corrente.

Visualizzazione ExplogClicca sull’immagine per ingrandire.

Giancarlo Briguglia, Milano ODD

Biblioteche e spazi pubblici di qualità

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Le biblioteche contemporanee si stanno trasformando in tutta Europa in piazze del sapere. Non più austere sale studio, templi esclusivi degli accaparratori dell’alta cultura, ma grandi spazi dove pubblici molto diversi (studenti, immigrati, pensionati, casalinghe, disoccupati) trovano, accanto ai libri e giornali, film, materiali musicali, zone computer sui quali viaggiare in Internet, accedere alle proprie mail o fare skype, aree in cui i bimbi anche molto piccoli, possono muoversi a gattoni e frugare fra libri e giochi colorati. Ovunque comode poltrone e sedili dal design inusuale e tavoli di varie dimensioni sui quali appoggiare i libri presi direttamente dagli scaffali.

Luoghi ridisegnati in base a un approccio sistematico di ascolto, chiedendo ai cittadini e abitanti: cosa manca, cosa non c’è in una normale biblioteca che la rende un luogo poco interessante o addirittura repellente, per voi? Risposte: manca uno spazio in cui si possa contemporaneamente leggere un libro e mangiare un panino, manca l’apprezzamento e valorizzazione dei saperi pratici, delle arti e mestieri, manca lo spazio per i bambini, manca per me che sono disoccupato un ufficio in cui essere in contatto con le richieste del mercato del lavoro, e così via.. Ed ecco che dentro la piazza del sapere sorgono, oltre ai centri di lettura, i corsi di cucito e di cucina interetnica, l’artigiano tiene una affollata conferenza su come funziona la propria bottega/officina, i disoccupati e precari possono accedere a un sito che pubblica le richieste di lavoro scambiando nel contempo informazioni fra loro.

Spazi pubblici gratuiti produttori di “solidarietà e certezza”, che comunicano un senso di “forza tranquilla”, nella misura in cui invitano ognuno nella sua singolarità e diversità a farsi promotore di iniziative di incontro e di scoperta, di progetti di dialogo che giudica utili e desiderabili, in stridente contrasto con le atmosfere nevrasteniche e consumistiche dei grandi centri commerciali. Luoghi garanti di una convivenza di alta qualità, affollatissimi. Andate a vedere al Pertini di Cinisello Balsamo nelle ore del dopo scuola, tutti quei giovani vestiti come quelli dallo sguardo opaco, ma invece diventati intelligenti.

In Italia ovunque una previa biblioteca tradizionale o uno spazio pubblico desolato da riqualificare abbia subito una trasformazione di questo tipo, c’è lo zampino diretto o indiretto di Antonella Agnoli. I suoi libri, da Le piazze del sapere (2009) a Caro sindaco parliamo di biblioteche (2011) all’appena uscito La biblioteca che vorrei (2014) sono dei veri e propri manuali di sburocratizzazione mentale e pratica. Come tali contengono indicazioni che riguardano non solo gli spazi pubblici, ma più in generale il governo del territorio, le nuove regole e procedure della decisione politica

Quando Antonella Agnoli documenta e illustra con esempi raccolti in tutta Europa, Stati Uniti, Giappone, quali sono le caratteristiche non solo spaziali, ma anche mentali e gestionali, che fanno di una biblioteca “un motore culturale” del territorio in cui opera, sta fornendo ricette che valgono anche per la riforma del nostro sistema scolastico e sta indicando il nuovo e inedito ruolo di costruttrice di comunità che la pubblica amministrazione è chiamata a svolgere in una società post-moderna, una società liquida.

Prendete la scuola: è chiaro che la sua indispensabile e urgente riforma deve partire non solo dalla manutenzione straordinaria degli edifici, ma proprio dalla concezione degli spazi dell’incontro educativo. I banchi rivolti verso la cattedra con i giovani seduti per ore a due a due come i carabinieri, gli orari delle lezioni tutti uguali e rigidi, la suddivisione per materie come compartimenti stagni, sono tutte espressioni di una concezione arcaica dei rapporti fra autorità e conoscenza, fra conoscenza e comunicazione.

Prendete la riforma della PA: il funzionamento delle piazze del sapere dimostra che il rimedio non è “la semplificazione”, ma caso mai la “complessificazione” delle modalità di analisi e di decisione. La complicazione, la pletora di controlli incrociati, l’incapacità di formulare giudizi di merito trasparenti e condivisi, nascono dal non sapere come trasformare le differenze in risorse, dalla ignoranza su come gestire la complessità. Nelle biblioteche che funzionano, le biblioteche piazze del sapere, il garbuglio delle leggi e dei controlli incrociati incapaci di invenzione e di apprezzamento della qualità dei progetti e dei soggetti, è stato sostituito dal metodo dell’ascolto attivo e dal ricorso sistematico a “processi partecipativi obbligatori, non facoltativi”, da elenchi delle “verifiche indispensabili” che in un processo trasparente e inclusivo aiutano tutti i partecipanti a tener conto di aspetti essenziali (vedi pp 118-120 di La biblioteca che vorrei).

Le piazze del sapere ci insegnano a farci promotori, come politici, amministratori e cittadini, del passaggio dalla complicazione alla complessità. La prima è moltiplicazione delle variabili e dei soggetti divisi in compartimenti stagni, ognuno bloccato nella propria casella e incapace di visione d’insieme, la seconda è basata sul dialogo, sulla trasparenza e l’inclusione di tutti i soggetti interessati alle questioni in gioco.

Si tratta di passare da una mentalità o top down o bottom up, al multi-track: le soluzioni che funzionano si trovano solo se tutti coloro che sono interessati (a tutti i livelli della gerarchia di potere e in tutti gli strati della società) sono coinvolti, e se il procedimento prevede che debbano accogliere i rispettivi punti di vista e collaborare a inventare soluzioni nuove, di mutuo gradimento. Per imboccare questa strada, la descrizione di esperienze di successo in corso è fondamentale perché dobbiamo tutti (non solo i politici) superare un “pregiudizio burocratico” secondo il quale “decentramento” significa che parte delle decisioni prese al centro vengono spostate in periferia, ferme restando la organizzazione del lavoro, la mentalità, le procedure. Altrimenti è il caos.

La visita alle piazze del sapere che si stanno moltiplicando ovunque nel mondo, ci fa toccare con mano che è vero il contrario: il caos è quello in cui siamo immersi, mentre la responsabilizzazione delle comunità nella gestione del territorio è la risposta, purché naturalmente la cassetta dei nuovi attrezzi sia messa a disposizione di tutti. Ed è un discorso che andrebbe applicato in ogni sfera decisionale non solo – per limitarci a Milano – nel processo partecipativo Garibaldi e l’Isolapartecipata, dove effettivamente ci abbiamo provato con esiti universalmente riconosciuti come positivi, ma anche nella gestione delle Case Popolari Comunali e anche nella stesura dello Statuto della Città Metropolitana (come hanno fatto a Bologna). E se col metodo del Confronto Creativo si è riusciti nel 1992 e 1995 a organizzare gli incontri internazionali sul clima di Rio e di Kioto, forse anche l’Expo, avrebbe potuto trarne vantaggio. Sono necessarie due qualità: coraggio e conoscenza. Dove cercarle? In biblioteca!!

Marianella Sclavi
Questo articolo è pubblicato sul 32° numero di Arcipelago Milano

Arcipelago Milano e Milano ODD

Milano ODD è lieta di ospitare sul proprio sito gli editoriali, le cronache e le opinioni che animano le colonne di Arcipelago Milano, settimanale di politica e di cultura.

Di tanto in tanto proporremo articoli che reputiamo particolarmente vicini al nostro sentire la città o che riteniamo utili a meglio comprendere le trasformazioni in atto nel capoluogo lombardo; è un modo, il nostro, di stringere le maglie dei saperi che sostengono Milano, di intrecciare i tanti filati della cultura meneghina, di tessere una solida trama di conoscenze.

Per cominciare proponiamo l’editoriale del direttore responsabile Luca Beltrami Gadola, in cui si riflette sul significato della parola “unità”. Ci pare propizia e benaugurante. Buona lettura.

«Ci sono momenti nei quali le parole nella politica ritornano con particolare insistenza e una di queste è “unità”. Sono parole magiche che sembrano fatte per scaldare i cuori ma anche per gettare sgomento. Forse è un ritorno dovuto alla felice intuizione del Pd di rispolverare il vecchio logo “Festa dell’Unità” e ridarle quel ruolo che ebbe un tempo e che andava sbiadendo. Si è chiamati all’unità per vincere (“uniti si vince”) e si è chiamati per progredire (“insieme per andare avanti”).

C’è anche l’unità di fronte alla paura, il grande collante che fa superare mille divisioni, come dice Massimo Cacciari: “C’è la possibilità che la paura spinga i padri all’autocritica sui disastri commessi e i figli a prendere in mano il proprio destino”. In parte è quello che sta succedendo ora però con scarsa propensione all’autocritica e per altro con una brezza giovanilista che, per chi ha memoria o anni alle spalle ricorda i Littoriali delle Gioventù.

In ogni caso questa parola evocatrice, unità, la stanno usando tutti, dagli uomini politici alle più alte autorità religiose. Papa Francesco chiama all’unità delle fedi monoteiste per vincere la guerra la cui minaccia vede all’orizzonte, usando parole che nessuno dei suoi predecessori ha mai usato, bollandone l’inutilità e l’inevitabile disumana ferocia. Scendendo i gradini della gerarchia se n’è parlato molto anche a Milano proprio alla Festa al Carro Ponte di Sesto San Giovanni.

L’occasione d’oro è stato l’incontro Milano, una città che cresce con Giuliano Pisapia sindaco di Milano, Carlo Sangalli presidente Confcommercio Milano, Gianfelice Rocca presidente Assolombarda, Ettore Prandini presidente Coldiretti Lombardia, Pietro Bussolati segretario Pd metropolitano. Un bel parterre di comprimari e di “unitari”per la ripresa del Paese partendo da Milano. Dal fascino di questa parola nessuno è rimasto indenne ma forse il più accorato è stato il sindaco Pisapia, è un poco il suo stile. Ha insistito particolarmente su due temi: la questione della Città Metropolitana e, naturalmente, Expo 2015. Ma di che unità stiamo parlando? Tra cittadini? Tra cittadini e forze politiche? Tra forze politiche e cittadini? Questo ce lo dobbiamo spiegare.

Sulla Città Metropolitana gruppi di cittadini attivi dibattono, anche su questo giornale, ma la sensazione è che l’ascolto sia modesto, vicino allo zero. L’avvicinarsi della scadenza elettorale (per pochi elettori eletti e già questo stride assai), e l’avvio del dibattito sullo statuto non danno certo sensazione di unità tra cittadini e classe politica, quest’ultima intenta a spartirsi spoglie di potere talvolta grandi come un pisello: siamo tornati al minimo dell’inorgoglimento, quello dei portinai nominati “capofabbricato” nell’era fascista.

Quanto ad Expo, anche sulle questioni della legalità, oltre che su molte altre cose sembra proprio che l’unità sia poca. Eppure esiste in ogni caso un “minimum” di unità che si potrebbe realizzare. Ognuno può vedere all’orizzonte, anche se non ne è toccato direttamente, il “bene comune”. Ma perché questo accada bisogna che chi si sente meno ascoltato possa osservare linearità di comportamento da parte di chi le decisioni le deve prendere. In questo senso il peggior esempio è venuto dalla vicenda a cavaliere tra Expo e città a proposito di Piazza Castello.

Stabilito il principio sacrosanto che Milano non è al servizio di Expo ma caso mai viceversa, e non è un palcoscenico per una compagnia di giro, la vicenda si può riassumere in poche battute. Gennaio 2014: annuncio all’Acquario del programma di pedonalizzazione di Piazza Castello. Aprile: partono i lavori con l’installazione di cartelli stradali e modifica dei semafori. Maggio: mobilitazione dei cittadini residenti di fronte al primo utilizzo del genere strapaese della piazza. Nel frattempo il dibattito politico, culturale e tecnico si arroventa. Luglio: il Comune e la Triennale danno luogo a un esperimento di progettazione condivisa (Atelier Castello) incaricando 11 studi di architettura di proporre e dibattere con i cittadini diversi progetti di utilizzo/allestimento della piazza. Il dibattito è stato fatto e si è in attesa dei risultati e delle relative decisioni.

Nel frattempo l’inesorabile plantigrado della burocrazia ha bandito il 24 marzo una gara per realizzare una pista ciclabile che interessa tutta la piazza. Un lavoro da un milione di euro che divide la vecchia carreggiata automobilistica dalla pista ciclabile con un invalicabile marciapiede asfaltato largo almeno un metro e cinquanta e dotato di ogni belluria del caso (cordoli in pietra, caditoie, passaggi pedonali). L’aspetto della piazza è modificato e definitivamente compromesso rispetto a ogni uso futuro, persino alle feste strapaese.

Il Comune si giustifica dicendo che questo era un vecchio progetto del tempo della Moratti e che aveva già ottenuto i finanziamenti. Non farlo voleva dire perdere questi denari.

Primo: fare un lavoro solo perché si hanno denari da spendere ricorda la Milano da bere.
Secondo: come ben ribadisce l’assessore ai Lavori Pubblici Carmela Rozza in altre occasioni, i quattrini pubblici (dei contribuenti) devono essere prima di tutto rispettati e poi risparmiati; come dice la vecchia canzone Milanese: “n’ha vanzaa ‘nca mò ‘n cicìn /ghe l’ha daa ‘l so fradelìn”.
Terzo: anche il più sprovveduto degli architetti sa che uno spazio pedonale è fruibile solo se monoplanare; ogni ostacolo in rilevato ne è la negazione.

Per finire uniti si, orientati al bene comune pure ma anche la disponibilità all’unità ha i suoi limiti».

Luca Beltrami Gadola
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